Najmeh Amini, studentessa iraniana condannata a morte per un post

La giovane di Mashhad, 23 anni, è accusata di aver offeso il Profeta sui social. La sentenza non è definitiva e può essere impugnata davanti alla Corte suprema

Najmeh Amini, studentessa di contabilità di 23 anni, è stata condannata a morte in Iran per un contenuto pubblicato sui social che, secondo l’accusa, avrebbe offeso il profeta Maometto. È detenuta nel carcere di Vakilabad, a Mashhad, la grande città del nord-est del Paese dove vive. A portare il caso all’attenzione internazionale è stato il quotidiano britannico The Guardian, con un’inchiesta pubblicata il 14 ottobre, dopo le prime segnalazioni delle organizzazioni iraniane per i diritti umani.

Il reato contestato si chiama sabb al-nabi, insulto al Profeta. A confermarlo è stata una fonte vicina alla famiglia, sentita dall’organizzazione statunitense Human Rights Activists in Iran, che pubblica l’agenzia HRANA. Il contenuto del post non è stato reso noto. In un messaggio audio diffuso dal carcere, la ragazza ha indicato nel 16 settembre il giorno della sentenza.

L’arresto durante le proteste

Le forze di sicurezza l’hanno fermata il 31 gennaio 2026 nella zona del bazar Ferdowsi di Mashhad, nelle settimane della rivolta antigovernativa partita il 28 dicembre 2025 dagli scioperi dei commercianti di Teheran e poi estesa a tutto il Paese. Secondo HRANA, gli arresti in quella fase sarebbero stati oltre 50.000. Le ONG Hengaw e HRANA riferiscono che la studentessa sarebbe stata picchiata durante il fermo. Il Guardian parla anche di un secondo arresto a febbraio, scattato dopo un controllo della sua attività online da parte della polizia informatica, la Fata.

Per Hengaw, Amini avrebbe trascorso circa tre mesi in isolamento, sotto pressione per ottenere una confessione, senza poter nominare un avvocato di sua scelta. Nei primi mesi le organizzazioni avevano segnalato contestazioni ancora più pesanti, tra cui la moharebeh, la “guerra contro Dio”, e la collaborazione con Israele.

Le condanne alla fine sono due. In un procedimento separato, la prima sezione del Tribunale rivoluzionario di Mashhad le ha inflitto 12 anni, 6 mesi e un giorno di carcere per azioni contro la sicurezza nazionale. La pena capitale riguarda invece il post.

La difesa: “Ero sotto effetto dei funghi”

Il quotidiano iraniano Khorasan, che ha dato conto del processo, scrive che Amini avrebbe spiegato ai giudici di aver scritto quelle frasi in pieno stato allucinatorio, dopo aver preso funghi psichedelici con alcuni amici. Il suo difensore ha parlato di un lapsus. Il giudice non ci ha creduto: le avrebbe chiesto come mai, in quelle condizioni, non avesse attaccato gli avversari della Repubblica islamica come Stati Uniti e Israele, e come fosse abbastanza lucida da scegliere su quale social pubblicare.

Il codice penale islamico iraniano, all’articolo 262, prevede la morte per chi insulta il Profeta o le figure sacre dello sciismo. L’articolo 263 ammette eccezioni per chi parla senza intenzione, in un momento d’ira o in stato di alterazione. La sentenza non è definitiva: la difesa può ricorrere alla Corte suprema.

“Siate la mia voce”

Nel messaggio registrato in carcere, la studentessa si è rivolta alle Nazioni Unite, agli avvocati e agli attivisti perché esaminino il suo caso. Ha detto di non voler fare l’eroina e di chiedere una cosa sola: che qualcuno diventi la sua voce. Ha ricordato i genitori che la aspettano a casa, in una famiglia che ormai passa le notti in bianco per la paura di perderla.

In Iran le condanne a morte per blasfemia restano rare. Le ultime esecuzioni per questo reato risalgono all’8 maggio 2023, quando nel carcere di Arak furono impiccati Yousef Mehrdad e Sadrollah Fazeli Zare, arrestati nel 2020 per la loro attività su un canale Telegram critico verso la religione.

Il caso arriva però in un periodo in cui le esecuzioni sono ai livelli più alti da trent’anni. Per Iran Human Rights, ONG con sede a Oslo, dall’inizio del 2026 sono già intorno alle 600. Il direttore Mahmood Amiry-Moghaddam vede nella condanna di una giovane donna per un post il rischio di estendere la pena capitale alla libera espressione: senza una risposta decisa della comunità internazionale, ha avvertito, vicende simili potrebbero diventare frequenti.

Dal Regno Unito l’associazione Humanists UK ha chiesto l’annullamento della sentenza e ha sollecitato il governo di Londra a fare pressione su Teheran. «Nessuno dovrebbe essere punito per ciò che dice sulla religione, tanto meno con la morte», ha dichiarato Richy Thompson, responsabile per i diritti umani dell’associazione. Il Guardian segnala intanto che nel Parlamento iraniano si lavora a una norma per punire i contatti con tutti i media stranieri, compresi i post sui social ritenuti finanziati dall’estero.

Condividi su WhatsApp
Torna in alto