Atom Heart Mother: la mucca che portò i Pink Floyd al numero 1

Nell’autunno del 1970 arriva nei negozi un disco che in copertina non ha né il nome del gruppo né il titolo dell’album: solo una mucca al pascolo. È Atom Heart Mother, quinto disco in studio dei Pink Floyd, uscito il 2 ottobre 1970 nel Regno Unito (il 10 ottobre negli Stati Uniti) per l’etichetta Harvest. Registrato agli studi EMI di Abbey Road tra marzo e luglio, sarà il primo album della band a raggiungere la vetta della classifica britannica, un traguardo mai toccato prima, nemmeno con la fama guadagnata negli anni della psichedelia di Syd Barrett.

Un pudding chiamato Amazing

La title track, oltre 23 minuti che occupano l’intero primo lato del vinile, nasce nel novembre 1969 con il titolo provvisorio “The Amazing Pudding”. Debutta dal vivo il 17 gennaio 1970, ma è ancora un brano puramente strumentale: manca il tassello che la trasformerà in qualcosa di mai sentito prima nella discografia della band, una sezione di ottoni e un coro classico.

Per colmare quel vuoto i Pink Floyd si rivolgono a Ron Geesin, compositore d’avanguardia con cui Roger Waters aveva già collaborato per la colonna sonora del documentario The Body. Geesin lavora in gran parte da solo alle orchestrazioni, trovandosi però a fare i conti con un’intera orchestra di professionisti poco abituati al suo approccio jazzistico: secondo alcune ricostruzioni sarà addirittura il direttore del coro, John Aldiss, a dover prendere in mano la sessione per portarla a termine.

Le basi ritmiche vengono registrate in un’unica, lunghissima ripresa: Roger Waters e Nick Mason suonano per oltre 23 minuti filati, il che spiega le leggere oscillazioni di tempo che si notano ascoltando il brano con attenzione. Il risultato è una suite in sei parti che fonde rock, musica sinfonica e psichedelia in un modo che, a detta di molti critici, anticipa di qualche anno certe sonorità del progressive più ambizioso.

Il titolo, per caso

Anche il nome dell’album nasce quasi per gioco. Durante una sessione per il programma radiofonico di John Peel alla BBC, qualcuno nota un trafiletto di cronaca dell’Evening Standard su una donna incinta tenuta in vita da un pacemaker atomico. Da lì, tre parole semplici, atom, heart, mother, diventano il titolo definitivo, al posto del provvisorio “Amazing Pudding”.

La tracklist

Lato A

  • Atom Heart Mother (23:44), suite in sei parti: Father’s Shout, Breast Milky, Mother Fore, Funky Dung, Mind Your Throats Please, Remergence

Lato B

  • If (4:31), voce e testo di Roger Waters
  • Summer ’68 (5:29), voce e testo di Richard Wright
  • Fat Old Sun (5:22), voce e testo di David Gilmour
  • Alan’s Psychedelic Breakfast (13:00), in tre parti: Rise and Shine, Sunny Side Up, Morning Glory

Durata complessiva dell’album: circa 52 minuti.

Il secondo lato: quattro voci, quattro stili

Se il primo lato è un lavoro corale, il secondo lato racconta le individualità del gruppo, con un brano a testa. “If” è una ballata acustica spoglia e malinconica. “Summer ’68” è il brano più vicino a un pop orchestrale, quasi in debito con i Beach Boys. “Fat Old Sun” è un pezzo pastorale con chitarra slide che diventerà un classico dei concerti dal vivo dei primi anni Settanta. Chiude il disco “Alan’s Psychedelic Breakfast”, tredici minuti costruiti attorno ai suoni reali di una colazione preparata da Alan Stiles, un membro dello staff della band: tazze, posate, uova che friggono, chiacchiere. È la prima vera incursione dei Pink Floyd nel collage sonoro fatto di rumori quotidiani, un linguaggio che ritroveranno più avanti in dischi come The Dark Side of the Moon.

La mucca più famosa del rock

La copertina è forse la parte più raccontata della storia di questo disco. Reduci dalle immagini oniriche e cariche di effetti degli album precedenti, i Pink Floyd chiedono qualcosa di volutamente ordinario, l’opposto dell’immaginario spaziale con cui erano stati etichettati fino ad allora. Il compito passa a Storm Thorgerson, dello studio grafico Hipgnosis, che porta al gruppo tre proposte: un tuffatore su un trampolino vuoto, una donna davanti a una scalinata, e la foto di una mucca al pascolo, idea suggerita dall’artista John Blake.

I Pink Floyd scelgono la mucca. Thorgerson esce nella campagna a nord di Londra, nei pressi di Potters Bar, e fotografa il primo esemplare che incontra: una frisona di nome Lulubelle III, dell’allevamento di un certo Arthur Chalke. Il servizio fotografico costa in tutto poco più di 30 sterline. Sul retro della copertina compaiono altre tre mucche, e né sul fronte né sul retro figurano il nome del gruppo o il titolo dell’album, una scelta che, si racconta, lascia piuttosto perplesso il dirigente EMI incaricato di approvare le copertine.

L’assenza di qualunque riferimento esplicito, unita all’immagine spiazzante e assolutamente non psichedelica, funziona: la copertina diventa una delle più riconoscibili della storia del rock, al punto che ancora oggi l’album viene comunemente chiamato semplicemente “quello della mucca”.

Il posto nella discografia dei Pink Floyd

Atom Heart Mother arriva un anno dopo il doppio, sperimentale e discontinuo Ummagumma (1969), e precede Meddle(1971), il disco che porterà la band un passo più vicino alla forma che esploderà con The Dark Side of the Moon (1973). In questo senso occupa una posizione precisa: chiude idealmente la fase più sperimentale e “aperta” del gruppo, quella nata dopo l’uscita di Syd Barrett, e apre la strada a un modo di scrivere più strutturato, dove le suite lunghe lasciano progressivamente spazio a un songwriting più coeso.

Non è un caso che, nonostante il successo commerciale immediato (il primo numero 1 della band nel Regno Unito, oltre al disco d’oro raggiunto più tardi negli Stati Uniti), sia proprio il disco su cui gli stessi Pink Floyd, con il tempo, si sono mostrati più severi. David Gilmour lo ha liquidato più volte come un lavoro nato “raschiando il fondo del barile”, mentre Roger Waters ha dichiarato di non essere disposto a risuonare dal vivo la title track nemmeno per una somma considerevole. Un giudizio interno che stona parecchio con la rivalutazione critica che l’album ha conosciuto nei decenni successivi, fino a essere oggi considerato da molti appassionati e critici un tassello fondamentale, per quanto anomalo, nel percorso che ha portato i Pink Floyd dalla psichedelia delle origini ai capolavori della maturità.

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