Dal 21 settembre sono in vigore le nuove tariffe del Servizio sanitario nazionale, decise in Conferenza Stato-Regioni: oltre 600 prestazioni tra specialistica ambulatoriale e assistenza protesica costeranno di più, con un impatto medio del 5,8%. La revisione era resa necessaria da un ricorso al Tar del Lazio presentato da laboratori e poliambulatori privati, che giudicavano insufficienti le tariffe di rimborso del precedente decreto del 2024. Buona parte della spesa aggiuntiva ricadrà su Stato e Regioni, ma una quota, stimata dal Ministero della Salute in circa 27 milioni di euro l’anno, finirà direttamente sui ticket pagati dai cittadini.
L’aumento arriva mentre i conti della sanità italiana mostrano una tendenza ormai consolidata. Secondo l’ultimo rapporto della Ragioneria Generale dello Stato, nel 2024 la spesa sanitaria pubblica ha raggiunto 139,4 miliardi di euro, in crescita del 4,9% sul 2023. Ma a correre ancora più veloce è la spesa privata sostenuta direttamente dai cittadini, arrivata a un record di 46,4 miliardi, con un balzo del 7,7% in un solo anno. Sommando le due voci si sfiorano i 186 miliardi di spesa sanitaria complessiva.
Di quei 46,4 miliardi pagati di tasca propria dagli italiani, quasi la metà finisce in prestazioni specialistiche private, tra visite ambulatoriali e piccoli interventi: dentro questa voce, più di un euro su quattro (il 27,2%) va agli studi odontoiatrici, la categoria singola più pesante. È il segno di un sistema pubblico che fatica a garantire tempi ragionevoli, spingendo sempre più persone a rivolgersi altrove, e a pagare due volte: prima con le tasse per il Ssn, poi di tasca propria per aggirare le liste d’attesa.
I numeri della Fondazione Gimbe raccontano la stessa dinamica su un altro fronte: in sette anni, dal 2016 al 2023, quanto le famiglie spendono per strutture private non convenzionate si è più che raddoppiato, arrivando a superare i 7 miliardi contro i 3 di partenza. Il privato accreditato con il Ssn, nello stesso periodo, è cresciuto a un ritmo molto più contenuto. Insieme all’intramoenia, la possibilità per i medici del pubblico di visitare privatamente fuori dall’orario di servizio, questo canale è ormai diventato per molti cittadini l’unica alternativa concreta alle attese del sistema pubblico.
Per il sindacato, l’aumento dei ticket rischia di aggravare proprio questo squilibrio. La Cgil, che ha una raccolta firme in corso per una legge di iniziativa popolare sul finanziamento del Servizio sanitario nazionale, sottolinea come gli italiani spendano oggi oltre 46 miliardi l’anno di tasca propria per curarsi, un costo che pesa soprattutto su chi può permetterselo, mentre chi non può rinuncia alle cure.


