Nel 2024 hanno detto no a un controllo 5,8 milioni di persone, 4 milioni per le attese troppo lunghe. Le famiglie pagano di tasca propria 42,4 miliardi

Quasi 6 milioni di italiani, nel 2024, hanno rinunciato ad almeno una visita specialistica o a un esame di cui avevano bisogno. È il dato più pesante del 9° Rapporto sul Servizio sanitario nazionale della Fondazione Gimbe, presentato mercoledì 7 ottobre dal presidente Nino Cartabellotta, che rielabora le rilevazioni dell’Istat.
In percentuale si tratta del 9,9% della popolazione, contro il 7,6% dell’anno precedente. La causa principale sono le liste d’attesa: circa 4 milioni di persone hanno lasciato perdere perché il primo posto libero era troppo lontano nel tempo. Altri 3,1 milioni hanno rinunciato per motivi economici. Le due risposte non si escludono: molti hanno indicato entrambe.
Gimbe insiste da tempo su una precisazione. Parlare di “rinuncia alle cure” è fuorviante: chi rinuncia salta un accertamento o una visita, non una terapia già avviata. Ma è proprio da lì che passano le diagnosi.
Chi paga e quanto
Il conto della sanità italiana nel 2025 è arrivato a 190,1 miliardi di euro. Lo Stato ne copre 140,8, mentre 42,4 miliardiescono direttamente dalle tasche delle famiglie, il 22,3% del totale secondo l’Istat. Tradotto per persona: 719 euro a testa all’anno. L’Organizzazione mondiale della sanità indica come soglia di guardia il 15%.
C’è un dettaglio che il rapporto mette in evidenza. La spesa pagata di tasca propria, rispetto al 2024, è scesa di circa l’1%, mentre è cresciuta quella che passa per fondi e polizze: +10,1%. Le assicurazioni sanitarie volontarie, da sole, sono salite da 4,69 a 5,29 miliardi. Per Gimbe il rischio è che chi ha una polizza trovi una corsia preferenziale, e chi non ce l’ha resti in fila o rinunci.
Anche il calo della spesa privata, avverte la Fondazione, non è una buona notizia: chi non può permettersi la visita a pagamento non compare nei conti, perché semplicemente non la fa. Cartabellotta lo chiama un debito sanitario, che prima o poi presenterà gli interessi.
I “tagli invisibili”
Sul finanziamento pubblico il rapporto parla di 18,8 miliardi mancati. Il Fondo sanitario nazionale è passato da 125,4 miliardi nel 2022 a 142,9 miliardi nel 2026: in valore assoluto cresce. Ma rispetto alla ricchezza prodotta dal Paese scende, dal 6,27% al 6,14% del Pil. Se la quota fosse rimasta quella del 2022, secondo Gimbe, il sistema avrebbe avuto 18,8 miliardi in più.
Allargando lo sguardo al 2010, il Fondo è aumentato di 37,5 miliardi, ma una volta tolta l’inflazione nel 2026 si torna ai livelli di sedici anni fa. Nel frattempo la popolazione è invecchiata e farmaci e tecnologie costano di più.
Le previsioni non indicano un cambio di rotta. Il Documento programmatico di finanza pubblica approvato il 2 ottobre porta la spesa sanitaria dal 6,4% del Pil nel 2026 al 6,3% negli anni 2027-2029. Tra quanto si prevede di spendere e quanto il Fondo mette a disposizione si apre una forbice di 32,3 miliardi in tre anni: senza nuovi stanziamenti, avverte Gimbe, toccherebbe alle Regioni coprirla, con il rischio di più tasse locali o meno servizi.
Medici ci sono, ma non dove servono
Il confronto internazionale sui medici è sorprendente. Secondo l’Ocse l’Italia ne ha 5,8 ogni mille abitanti, contro una media di 4. Eppure dei 339.256 censiti almeno 88.258, oltre uno su quattro, non lavorano nel servizio pubblico né sono in formazione. Al 1° gennaio 2025 Gimbe stima che manchino 5.716 medici di famiglia e 497 pediatri.
Per gli infermieri il problema è di numero: 6,9 ogni mille abitanti contro 9,7 della media Ocse, quasi un terzo in meno.
Promossi sulla carta
Sui Livelli essenziali di assistenza la pagella ministeriale migliora: nel 2024 risultano in regola 18 Regioni e Province autonome su 21, erano 13 l’anno prima. Nella classifica Gimbe diffusa a settembre, la Puglia è l’unica Regione del Sud tra le prime dieci. Ma lo stesso anno delle promozioni è quello in cui le rinunce sono salite di più: la Fondazione ne deduce che il voto formale non misura quanto i cittadini riescano davvero a farsi visitare.
Pesano anche i viaggi per curarsi: la mobilità sanitaria tra Regioni nel 2023 ha raggiunto 5,15 miliardi, il valore più alto dal 2010. Dal 30 ottobre entreranno in vigore i nuovi Lea, attesi da quasi dieci anni. Inserire una prestazione nell’elenco, ricorda Gimbe, non significa automaticamente renderla disponibile in tempi giusti in ogni Regione.
Per Cartabellotta, quando attese, reddito e luogo di residenza decidono chi riesce a farsi visitare, è in gioco «la tenuta del patto sociale». Il rapporto chiude con un piano di rilancio in 16 punti, che ora arriva sul tavolo della manovra: entro il 20 ottobre il governo deve presentare la legge di Bilancio 2027.

