Il collega digitale entra in ufficio: cresce l’uso degli agenti AI, ma la fiducia resta indietro

Nel 2026 il 40% delle grandi aziende al mondo li ha portati su larga scala. In Italia solo il 9% delle grandi imprese ha regole chiare per governare l’intelligenza artificiale. E tra i lavoratori quasi uno su due dice di aver già dovuto rifare un lavoro sbagliato dalla macchina.

Gli agenti di intelligenza artificiale non si limitano più a rispondere alle domande. Fissano riunioni, scrivono codice, telefonano ai clienti e selezionano candidati. Sono programmi in grado di pianificare e portare a termine da soli compiti in più passaggi, e stanno uscendo dalla fase sperimentale. Tra il 4 maggio e l’8 giugno 2026 McKinsey ha interrogato 1.719 manager in tutto il mondo. Nelle organizzazioni con ricavi superiori a un miliardo di dollari, la quota di chi li impiega su larga scala in almeno una funzione è passata in un anno dal 27 al 40%. Le imprese più piccole sono rimaste ferme al 22%.

Per ora la partita si gioca soprattutto nei grandi gruppi, dove le attese sul personale sono esplicite. Boston Consulting Group rileva che le aziende prevedono di ridurre la forza lavoro tra il 10 e il 15%. Il bilancio di oggi, però, è più cauto delle previsioni. Nella stessa indagine McKinsey solo il 14% di chi usa l’intelligenza artificiale le attribuisce un calo dell’organico nell’ultimo anno, mentre l’80% dice che ha migliorato la propria produttività personale.

Un nome e un posto nell’organigramma

Il salto più visibile è culturale. In alcune aziende gli agenti vengono trattati come nuovi assunti. Alla Sophos, società di sicurezza informatica, nel reparto marketing compaiono nell’organigramma e vengono presentati ai colleghi con annunci di benvenuto. L’area informatica ha anche creato una classifica che confronta il rendimento dei dipendenti con quello delle controparti digitali. Il lavoro degli agenti resta comunque sotto la supervisione di persone.

Negli Stati Uniti c’è chi si è spinto molto più in là. Un’inchiesta pubblicata il 29 ottobre dal quotidiano britannico The Guardian racconta il caso di Anything, la startup di Dhruv Amin, che conta 15 dipendenti e circa 150 agenti. Racconta anche quello del produttore Jay Blumenfield, che a Los Angeles ha sostituito un aiuto regista licenziato con un software capace di preparare piani di lavorazione e convocazioni per la troupe. Le stesse testimonianze mostrano però anche i limiti. Rafael López Muñoz, della startup Wordware, ha passato buona parte del tempo a correggere gli agenti a cui aveva affidato la selezione del personale: confondevano candidati con nomi simili e inventavano pezzi di curriculum.

Il nodo della fiducia

Sono proprio gli errori a frenare i lavoratori. Ad aprile 2026 la società Founder Reports ha condotto un sondaggio su 2.078 occupati statunitensi. Il 45% ha dovuto sistemare o rifare il lavoro di un collega che si era affidato troppo all’intelligenza artificiale. Il 77% controlla con più attenzione un elaborato quando sa che c’è di mezzo una macchina.

Va nella stessa direzione una ricerca del sito canadese People Managing People, diffusa a febbraio 2026. Il 53% dei lavoratori teme sbagli e imprecisioni degli agenti e il 52% chiede di sapere come prendono le decisioni. Soltanto il 9%pensa che a gestirli debba essere il singolo dipendente.

Non manca chi contesta l’idea stessa del collega artificiale. Gli analisti di Forrester la considerano una narrazione senza fondamento, utile soprattutto a chi vende software. Come esempio hanno citato una campagna pubblicitaria apparsa sulle pensiline degli autobus di San Francisco con lo slogan “Stop Hiring Humans”, cioè smettete di assumere esseri umani.

Chi controlla gli agenti

Più agenti significa anche più rischi da sorvegliare. Gartner stima che entro il 2030 i cosiddetti agenti guardiani varranno tra il 10 e il 15% dell’intero mercato dell’intelligenza artificiale agentica. Sono sistemi che vigilano sul comportamento degli altri agenti e bloccano le azioni pericolose.

Su questo punto l’Italia mostra il suo lato debole. L’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, diretto da Alessandro Piva, ha calcolato che nel 2025 il mercato nazionale dell’intelligenza artificiale ha raggiunto 1,8 miliardi di euro, il 50% in più rispetto all’anno precedente. Appena il 9% delle grandi imprese italiane, però, dispone di una struttura di governo con responsabilità definite e principi etici condivisi. Le aziende corrono ad adottare la tecnologia, mentre le regole su chi risponde quando sbaglia arrivano solo dopo.

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